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Marijuana light uso medico della marijuana legale

Notizie di Bellastoria sull’uso della marijuana light

Prima di affrontare il nostro tema, legato all’uso della marijuana light uso medico, vogliamo dare delle informazioni di massima circa questa pianta.

La Canapa è una pianta annuale e dioica, ovvero esistono esemplari con fiori maschili ed altri con fiori femminili. In ambienti particolarmente ostili possono verificarsi casi d’ermafroditismo. Essa presenta una lunga radice a fittone ed un fusto ruvido la cui altezza varia da 80 cm a 3 m.

In caso di crescita in masse fitte, le piante sviluppano pochi rami corti con gli internodi lontani, altrimenti esse presentano fitte ramificazioni, che in alcune varietà possono essere lunghe come lo stelo centrale.

Le foglie nella pianta della canapa, sono opposte, picciolate, palmate, e sono composte da foglioline lanceolate e seghettate. Inizialmente si sviluppano opposte poi, durante la fioritura, alternate. Sono composte dapprima di una fogliolina, poi di 3, 5, 7, fino a un massimo di 13, secondo la quantità di luce quotidiana che ricevono.

I fiori femminili, portanti il seme, sono composti da un calice contenete un ovulo pendulo e da uno o due pistilli. E’ nel calice che si trova la più alta concentrazione di resina ed è lì che in caso di fertilizzazione comincia a formarsi il seme. I fiori maschili, di colore bianco – giallognolo, giunti a maturazione rilasciano il polline e la pianta maschio, giunta alla fine del suo ciclo, muore.

La Canapa risulta essere una pianta di notevole variabilità morfologica e fisiologica, con forme precoci e tardive, diverse per l’aspetto delle foglie e dei semi.

La pianta di canapa, predilige i climi temperati e l’assenza di vento, temperature di poco superiori allo zero per la germinazione, di 20° C per la fioritura e di 13° C per la maturazione.

Si adatta a quasi tutti i terreni ma predilige quelli soffici, profondi e permeabili.

Canapa medica nell’ antica Cina

Già l’antica dinastia cinese, conosceva ed usava la pianta della canapa (certamente non quella light). In Cina, le tracce della coltivazione della canapa risalgono al III millennio avanti Cristo. I semi di canapa, insieme a quelli di miglio, erano considerati tra i più importanti nell’ alimentazione. La prima citazione nota dell’uso della cannabis è contenuta in un testo tradizionale della medicina cinese, il Shen Nung Ben Ts’ ao che, secondo la leggenda, sarebbe stata composta nel 2737 a.C. dal mitico fondatore della scienza medica cinese, l’imperatore Shen Nung.

In un altro testo pervenutoci, lo Shih-Ching, del IX secolo, viene descritto l’utilizzo nei riti religiosi della cannabis, che era già definita pianta sacra nel Chu-Tzu. Lo Shen Nung Ben Ts’ ao descrive l’utilizzo di trecento farmaci, tra i quali la cannabis, che in cinese si chiama ma. In realtà, il termine “ma” allude però ad effetti psichici negativi.

La canapa medica veniva impiegata per la cura dei dolori di origine reumatica e gottosa, dei disturbi ginecologici, della malaria e del beri-beri. La malaria è spesso accompagnata dal mal di testa, il beri-beri, dovuto alla carenza di vitamina B1, da disturbi neurologici: si può desumere che la cannabis servisse a curarne i sintomi.
Il chirurgo cinese Hua T’ o, nel corso delle operazioni, impiegava la cannabis come anestetico. Si pensa che venissero somministrate dosi masicce di ma-yo, una mistura di resina di cannabis e di vino – fino allo svenimento. Hua T’ o, per lenire i dolori utilizzava accanto alla ma-yo anche l’agopuntura e la moxa. In uno studio del 1988, il THC, combinato con gli oppiacei, è indicato per lenire il dolore dell’agopuntura elettrica. Pare verosimile che l’efficacia della canapa e dell’agopuntura fosse già nota duemila anni fa.

Per migliaia di anni, un manuale di riferimento della medicina cinese è stato quello in cinquanta volumi Ben TS’ ao Kang Mu di Li Shih-Chen, redatto nel XVI secolo, sotto la dinastia Ming. Li Shih-Chen aveva raccolto e sistematizzato la conoscenza medica di centinaia di piante, di animali e di ottomila preparazioni mediche, delle quali molte ancora utilizzate.

Oltre al THC, in Cina veniva utilizzato per scopi medici anche il seme di canapa. Risalgono al XIV secolo le prime indicazioni circa l’utilizzo dei semi dalle molteplici proprietà. Un prolungato consumo di semi di canapa avrebbe garantito longevità e buona salute.

I semi di canapa venivano somministrati nei casi di dismenorrea, di indigestione oppure nella tendenza alla debolezza intestinale, nel vomito, nelle intossicazioni e nella diarrea. Nelle malattie della pelle, nelle ulcere, nella lebbra e nelle ferite era molto diffuso anche l’utilizzo esterno dell’olio e del succo della pianta. La validità dell’utilizzo esterno trova conferma nell’ azione antibiotica dei cannabinoidi, dimostrata negli ultimi decenni e dovuta agli acidi gamma-linolenici presenti nell’olio.

Canapa light uso medico: studi sulle patologie neurodegenerative

Canapa e medicina. Cannabis e patologie neurodegenerative. Cannabinoidi e Ictus. Cannabidiolo e morbo di Alzheimer, corea di Huntington, morbo di Parkinson.

Ci viene spesso chiesto dai nostri lettori qual è l’efficacia della canapa in campo medico per la cura di alcune patologie specifiche e quali sono i progressi della scienza in tal senso. Non siamo medici né scienziati, ma ci piace informarci. Quando le fonti sono autorevoli, ufficiali, pubbliche e riconosciute dalla comunità internazionale dei medici e ricercatori, ci piace diffonderle senza esitare.

Ricordiamo che, dal 23 febbraio 2013 in Italia con un decreto del Ministro della salute Balduzzi (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale) la cannabis e i suoi derivati sono prescrivibili come farmaci, in quanto i medicinali di origine vegetale a base di Cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture) sono stati inseriti nella tabella II, sezione B, aggiornando il decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309.

Cercheremo di dare alcune risposte in maniera scientifica e documentata, citando un’intervista di Repubblica.it del 1998 al ricercatore italiano Maurizio Grimaldi, il farmacologo co-autore dello studio che ha scoperto l’utilità di una sostanza contenuta nella cannabis per la protezione dei tessuti cerebrali, il cannabidiolo, una delle componenti attive. Questa sostanza riesce a prevenire i danni ai tessuti cerebrali senza però provocare gli effetti allucinogeni tipici della “marijuana”.

Lo studio di Hampson e Grimaldi, i cui risultati sono stati pubblicati nei Proceedings of the National Academy of Sciences, primi ad individuare le capacità neuroprotettive di un componente della cannabis, per di più privo di effetti psicoattivi. Da esso, in prospettiva, potrebbe arrivare un farmaco capace di contrastare la terza causa di morte a livello mondiale.

Il vecchio articolo in questione, dal titolo: “In caso di ictus è possibile salvare ciò che non è ancora distrutto” parla appunto dell’idea nata (ormai un decennio fa) di studiare ed indagare sull’efficacia della canapa nelle lesioni celebrali. Fino ad allora infatti, si riscontrava come i componenti della cannabis fossero in grado di abbassare la pressione sanguigna oculare ed aiutare la nausea ed il dolore e basta.

Fu per caso, a causa di una migrazione intellettuale (tipica del mondo della ricerca) che negli Stati Uniti al National Institute of Health si incontrarono Grimaldi ed Hampson. Il primo anni addietro, aveva lavorato al dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Napoli, occupandosi delle sostanze cosiddette neurotrofiche, cioè quelle che favoriscono lo sviluppo e la sopravvivenza dei neuroni. Hampson negli stessi anni, studiava l’anandamide, una sostanza analoga ai principi attivi della cannabis prodotta naturalmente dall’organismo. L’incontro portò i due ad ipotizzare di unire le conoscenze e vedere se i cannabinoidi, cioè i principi attivi della marijuana, giocavano un ruolo nella fisiologia ed eventualmente nella patologia del sistema nervoso centrale. Con somma sorpresa, scoprirono che avevano un potente effetto protettivo contro la morte neuronale che avviene, ad esempio, nei casi di ictus cerebrale.

Come si verifica questa protezione da parte delle sostanze presenti nella canapa?

I cannabinoidi sono dei forti antiossidanti, vale a dire che sono in grado di neutralizzare le molecole ossidanti potenzialmente pericolose specialmente a livello cerebrale. Quando si è colpiti da un ictus, una parte consistente del danno non si verifica subito, in conseguenza della mancanza di ossigeno al cervello, ma per colpa di una serie di reazioni chimiche che scatenano la produzione di agenti ossidanti fortemente distruttivi. Questi agenti disgregano le cellule un pò come se le bruciassero. Uno di essi, ad esempio, è il perossido, che altro non è che la comune acqua ossigenata. Come può constatare chiunque lo applichi ad una ferita aperta per disinfettarla, si tratta di una sostanza molto aggressiva, in grado di uccidere velocemente le cellule nervose. Per intenderci, il perossido appartiene alla categoria dei radicali liberi, di cui si parla molto per il ruolo che giocano nei processi di invecchiamento dell’organismo in generale.

I componenti attivi della cannabis, la cui azione antiossidante sembra superiore persino a quella delle vitamine E e C, riescono a bloccare il perossido e gli altri agenti lesivi che si basano sullo stesso meccanismo ossidante. In più, data la grande diffusibilità cerebrale dei cannabinoidi, è facile farli arrivare direttamente dove ce n’è più bisogno.

Questa ricerca, enfatizzò il fatto che una delle componenti della cannabis non provocava effetti psicoattivi. Il cannabidiolo, o CBD, a differenza di altri cannabinoidi, non stimola il cervello a produrre le attività che provocano alterazione mentale come ad esempio gli effetti piacevoli ricercati dai fumatori di marijuana. Tuttavia, mantiene intatto il suo potere antiossidante e quindi permette di intervenire terapeuticamente senza effetti collaterali e con una bassissima tossicità. Si tratta, insomma, di un farmaco antiossidante e non psicoattivo in alternativa alle sostanze psicoattive, provviste in questo caso dell’effetto euforizzante indesiderato.

Capite bene che tutto questo all’epoca fece davvero molto scalpore, anche se purtroppo, il cannabidiolo (CBD) non può riparare i danni dell’ictus cerebrale. Ciò che è stato irrimediabilmente danneggiato non può, almeno oggi, essere recuperato nel cervello. Riesce però, almeno secondo le indicazioni che vengono da questa ricerca, salvare ciò che non è ancora irreparabilmente distrutto. Tutto dipende, insomma, da quanto rapidamente si riesce ad intervenire, e quindi a minimizzare il danno e a favorire il massimo del recupero della funzione cerebrale.

Applicazioni terapeutiche delle radici e del fusto della canapa

Le radici e il fusto di tutte le specie di canapa, compresa la canapa indiana, non contengono THC. Ciò nonostante entrambi hanno effetti terapeutici particolari. Ecco alcune applicazioni pratiche.

Uso interno: cuocere le radici sminuzzate in acqua (radici/acqua=1:10) e bere il decotto ottenuto. Il decotto di radici di canapa mitiga il mal di testa e agisce sulle articolazioni, prevenendo le infiammazioni. Il fusto della pianta di canapa si può masticare crudo, o cuocere fino a ottenere una purea che può essere applicata nei punti doloranti. E’ un’efficace rimedio antiedemigeno (riduce la ritenzione di liquidi, ndr)

Uso esterno: le radici sminuzzate possono essere cotte fino a ottenere una poltiglia che può essere applicata nei punti doloranti. L’ applicazione della purea di radici fredda lenisce slogature, distorsioni e gonfiori.

Uso dell’ olio di canapa light nell’alimentazione

Non solo per alcune patologie, la canapa può essere usata come elemento nutrizionale. I benefici dell’olio di canapa ad esempio, possono essere dei piccoli passi giornalieri verso un’alimentazione salutare che sa preservare la nostra salute.

Vediamo allora quali sono i principali benefici legati al consumo di olio di canapa

Una dieta ricca di acidi grassi insaturi migliora il metabolismo del colesterolo nel sangue, abbassando in particolare il colesterolo “cattivo” LDL e mantenendo il livelli desiderati di HDL. Questo effetto deriva in particolar modo dall’acido oleico, elemento principale dell’olio d’oliva, e dagli acidi grassi omega-3 e omega-6.

L’acido linoleico omega-6 e l’acido alfa-linolenico omega-3 sono acidi grassi essenziali, il corpo di fatto non riesce a sintetizzarli da altre molecole. Questi acidi devono essere necessariamente presenti nella nostra dieta in quantità sufficiente per non sviluppare sintomi di carenza. Globalmente gli acidi grassi polinsaturi omega-6 e omega-3 dovrebbero essere assunti in una proporzione ideale di 3:1 fino 5:1.

Il seme di canapa presenta una frazione grassa (34-35%) di ottima qualità e di composizione equilibrata, costituita per il 70-75% da una miscela di acidi grassi polinsaturi quali omega-6, omega-3 e l’acido gammalinolenico, insostituibile nel processo di sintesi delle prostaglandine, sostanze che regolano l’attività di numerose ghiandole, dei muscoli e dei ricettori nervosi.

L’alto valore dell’olio di canapa risiede nel suo fornirci entrambi gli EFA (acidi grassi essenziali) in una proporzione benefica per l’uomo (3:1).

La maggior parte degli oli vegetali infatti, non contiene il rapporto ottimale di omega-6/omega-3 (3:1), e tende a promuovere l’accumulo di prodotti intermedi che ostacolano il metabolismo degli acidi grassi. L’olio di semi di canapa, al contrario, è correttamente equilibrato e non promuove accumulo di prodotti metabolici. Considerevole anche la dotazione di vitamine A, E (antiossidanti naturali), PP, C e del gruppo B oltre che di carboidrati e aminoacidi.

L’olio di canapa ha un odore e un sapore gradevole e può essere utilizzato, sempre a freddo, come condimento per l’insalata, la pasta, il pesce, oppure essere introdotto nell’uso quotidiano al posto degli altri oli di semi.

Come per tutti gli oli vegetali, è importante la qualità dei semi, meglio se biologici; la spremitura a freddo; la conservazione in ambiente fresco ed al buio per evitare l’ossidazione e l’irrancidimento, inconvenienti che possono essere evitati con l’uso di contenitori di vetro scuro e mantenendo la bottiglia in luogo fresco, o nel frigo dopo l’apertura.

Un individuo sano deve assumere preventivamente 10-15ml (circa 2 cucchiai) d’olio di canapa al giorno, per tutto l’anno, con eccezione dei mesi più caldi. Questa dose minima può essere aumentata nel momento del bisogno.

Uno studio tedesco: “La cannabis può distruggere le cellule del tumore ”

Sappiamo bene che quanto stiamo per scrivere è un argomento forte e delicato. Parlare dei tumori è sicuramente una questione medica, ci limiteremo quindi a parlare di una notizia apparsa per la prima volta (qualche anno fa) sulla rivista scientifica “Biochemical Pharmacology”. L’importanza di questo studio firmato da Robert Ramer e Burkhard Hinz, “New Insights into Antimetastatic and Antiangiogenic Effects of Cannabinoids”, che ha portato nuovi scenari sull’efficacia e l’impiego della cannabis terapeutica nella lotta al tumore.

Gli scienziati, asserirono che nella cannabis ci fossero componenti in grado di distruggere le cellule del tumore. La conclusione venne fuori da uno studio dell’Istituto di Tossicologia e Farmacologia dell’Università di Rostock, guidato dal professor Burkhard Hinz. Il suo gruppo di ricerca sperimentò gli effetti dei cannabinoidi sulle cellule tumorali.

Ciò che venne fuori da questo studio fu che, in particolare il tetraidrocannabinolo (noto come THC o Delta-9-Tetraidrocannabinolo) ed il cannabidiolo: rispettivamente un principio attivo ed un metabolita della cannabis; contribuiscono alla distruzione delle cellule tumorali. Si resero conto che le sostanze stimolavano la formazione di una proteina specifica, la ICAM-1, che agendo sulla superficie delle cellule aggredite dal tumore fa “legare” fra di loro le cellule killer del sistema immunitario, facendole scoppiare.

In parole pavore, i cannabinoidi impediscono alle cellule killer di formare dei vasi sanguigni, impedendo di fatto la crescita del tumore.

Si trattava, per affermazione dello stesso Hinz, di uno studio lungo, ancora ad uno stadio iniziale. Utile tuttavia come prova che i cannabinoidi possano mediare ad una serie di effetti potenzialmente e terapeuticamente utili.

In effetti, spiegava la ricerca, il THC è stato a lungo usato per alleviare la nausea e il vomito. Mentre il cannabidiolo, che a differenza del THC non ha effetti psicotropi, è approvato per il trattamento dei sintomi spastici nei pazienti affetti da sclerosi multipla.

Inoltre si sa dal 1990 che le cellule umane possono formare da sole dei cannabinoidi che, spiegava Hinz, “hanno effetti antidolorifici e sul controllo dell’appetito”.
Infine già nel 2008 Hinz ed il suo gruppo di ricerca hanno dimostrato che i cannabinoidi rallentano la migrazione delle cellule tumorali nel tessuto circostante. Ed è proprio questa migrazione a causare la metastasi.

La Bellastoria di Charlotte Figi: cannabis per la cura dell’epilessia

Vogliamo concludere il nostro articolo sull’uso della canapa in campo medico, raccontandovi questa storia. Probabilmente l’avrete già sentita o letta altre volte, ma a nostro avviso vale sempre la pena riproporla. Si tratta infatti non solo di una testimonianza sull’uso della canapa light, ma, dell’ennesima dimostrazione di quanto forte possa essere la forza, la determinazione, l’amore; a volte più della stessa ricerca e delle leggi.

Paige Figi ha perso il conto delle volte in cui ha visto sua figlia “morire”. Tutto iniziò nel 2007, quando Charlotte aveva tre mesi. All’epoca Matt, il marito di Paige, arruolato nelle forze speciali Usa, era appena tornato dall’Afghanistan nella casa di Colorado Springs.

Alla fine del bagnetto serale, si rese conto che la piccola non respirava. Gli occhi di Charlotte roteavano all’indietro, la sua pelle era blu, il suo corpo era in preda a violente convulsioni. L’attacco durò trenta minuti. La bambina fu portata d’urgenza all’ospedale, dove secondo le analisi era tutto normale.

I medici però si sbagliavano. A quel primo attacco ne seguirono molti altri, migliaia.

A 5 anni Charlotte ne aveva uno ogni venti minuti e i farmaci convenzionali sembravano solo peggiorare la situazione.

Sua madre ha visto il suo cuore fermarsi più volte di quante possa contarne. In alcune occasioni, la morte le sarebbe sembrata una misericordiosa via d’uscita. Una notte del 2008, racconta, dopo aver passato 25 ore in ospedale, era tornata a casa e teneva Charlotte tra le braccia. Saranno state le tre del mattino e pensava che la bambina dormisse. Poco dopo s’è accorta che non era blu, come durante altri attacchi, era grigia. Le sue gengive erano livide, quasi nere. Sentendo i battiti, dal polso, erano così lievi che la piccolina fu data per morta dalla madre.

Paige a quel punto afferrò il telefono, lo mise sul viva voce, compose il 911 e iniziò a praticare la rianimazione cardiopolmonare. Per la prima volta pensò: <>.

Inizialmente gli attacchi si verificavano una o due volte a settimana, e Charlotte, detta Charlie cresceva come la sua gemella. I medici dicevano che con il tempo gli attacchi sarebbero probabilmente scomparsi, ma a due anni le sua capacità cognitive avevano iniziato a peggiorare, così come quelle motorie e di linguaggio.

Infine arrivò la diagnosi: Charlotte era affetta dalla sindrome di Dravet, una forma di epilessia devastante che colpisce in tutto il mondo forse un migliaio di bambini e per la quale non c’era una cura.

A 5 anni Charlie non parlava più, non sembrava nemmeno umana, spiega Paige. Non camminava, sembrava ubriaca, sbavava e doveva essere alimentata con un tubo. Gli attacchi, trecento a settimana, erano implacabili e non si fermavano nemmeno quando i medici tentavano di indurre il coma. Una miscela di farmaci le stava distruggendo il fegato. Non dormiva anche per quattro giorni di fila. I Figi avevano superato il limite della disperazione. Temevano che il danno al cervello sarebbe diventato irreversibile. Nell’inverno del 2011 Paige e Matt firmarono un “ordine di non rianimare”.

Poi un giorno, Matt Figi si imbatté in un articolo su Internet che parlava di cannabis. La tintura che ha trasformato la vita di Charlotte è verde e limacciosa che, sembra olio per il motore. Una sostanza amara, dal sapore muschiato ed un aroma umido ed agrodolce. Il farmaco conteneva l’estratto di una particolare varietà di cannabis con un contenuto molto basso di tetraidrocannabinolo (THC), la sostanza chimica che causa lo stordimento; al contrario aveva una concentrazione molto alta di cannabidiolo (CBD). Matt scoprì l’esistenza del CBD leggendo la storia di un bambino curato con un estratto simile.

All’epoca, alcune ricerche indicavano che il CBD potesse essere una cura promettente per l’epilessia. Per decenni, tuttavia, i coltivatori di cannabis hanno deliberatamente favorito la produzione di varietà dall’alto contenuto di THC, e quando nel 2012 Paige si è messa alla ricerca di qualcuno che le fornisse della marijuana light (diremmo oggi) ricca di CBD, ha scoperto che quello della cannabis era un mercato mirato ai tossicodipendenti.

Dopo aver incontrato decine di produttori Paige ha trovato a Denver un dispensario che aveva una piccola quantità di un tipo di cannabis chiamato R4, ad alto contenuto di CBD. Dopo aver pagato circa 800 dollari per due once, Paige ne ha fatto estrarre dell’olio. Mise una goccia sotto la lingua di Charlie ed avvenne il miracolo: la bambina smise di avere attacchi per una settimana.

La tentazione di credere di aver trovato una cura miracolosa fu davvero forte. Ciò nonostante, somministrare cannabis ad una bambina ha costretto Paige ad avventurarsi in acque sconosciute. Tutti i medici prendevano le distanze, la paura fu tale che, sarebbe stato più facile chiedere di dare a sua figlia della cocaina. Da 40 anni infatti, la marijuana era nella lista delle sostanze “Schedule I”, con droghe pericolose come l’eroina e l’Lsd, mentre la cocaina era classificata, insieme alla metanfetamina, nella lista “Schedule II”, delle sostanze più tollerante. Negli Usa, per procurarsi marijuana con cui compiere ricerche occorreva rivolgersi all’Istituto nazionale per l’abuso di droghe (Nida), organizzazione che fu creata per far conoscere gli effetti nocivi, ma non le proprietà terapeutiche, delle droghe.

Era un venerdì sera, quando, visitò un dispensario di Hollywood, dove la cannabis per fini medici era legale dal 1996. L’ambulatorio era affollato, ma non si sentiva parlare molto di proprietà terapeutiche. Tutti richiedevano la cannabis ad alto contenuto di THC.

La canapa ad alto contenuto di CBD, di cui aveva bisogno Paige aveva un costo proibitivo. Fu allora che un conoscente le consigliò di contattare Joel Stanley. Gli Stanley erano coltivatori di marijuana per scopi terapeutici. Nel 2012 Page andò a trovarli, chiedendo se avessero la pianta di marijuana e le sue relative analisi che attestassero la concentrazione di CBD. La proporzione tra CBD e THC era di 30 a 1. Gli Stanley infatti, avevano già sentito dei benefici che la loro cannabis ad alto contenuto di THC produceva sui malati di cancro, aiutandoli per esempio a contenere la nausea dopo la chemioterapia. Pensavano che valesse la pena di coltivare la CBD, ma non erano sicuri delle applicazioni. Di certo sapevano che non interessava i tossici. I suoi effetti sulla bambina furono enormi.

Da quando ha iniziato ad essere curata con questo tipo di cannabis, Charlie ha ripreso a camminare, ad andare in bicicletta. Non ha più bisogno di essere alimentata con un tubo, ha detto per la prima volta “papà” e riesce a formulare brevi frasi compiute. Ha abbandonato lo stato semi-catatonico, canta e si scatta “selfie”. In un anno, pare abbia avuto meno attacchi di quanti un tempo ne aveva in un solo giorno.

A distanza di tempo, i suoi attacchi sono diminuiti del 99,9 percento ed anche sul fronte cognitivo continua a fare progressi. Vale la pena o no, compiere nuove ricerche sulla cannabis? La risposta a questo punto è davvero scontata.

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