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Marijuana light curiosità ed informazioni sulla canapa, ma non solo

Un articolo completo sulla canapa e sul suo utilizzo

La Canapa è un vegetale erbaceo a fiore (angiosperma), annuale, con un ciclo di vita che può durare dai 3 ai 10 mesi, a seconda della varietà e delle diverse condizioni ambientali.

La canapa o marijuana che dir si voglia, ha da che la storia ricordi, sempre accompagnato l’uomo, in tutte le culture ed a tutte le latitudini, dal limite dei ghiacci polari all’ equatore. Per ogni clima quindi, esistono, o almeno esistevano, varietà perfettamente adattate, facilmente adattabili ad altri climi e sempre incrociabili tra loro.

Si può affermare che sia una delle prime piante, insieme ai cereali, che agli inizi della storia contribuì a far sì che l’uomo, da pastore nomade, iniziasse ad essere agricoltore.

Marijuana light cosa si intende?

Prima di affrontare il nostro discorso sulla canapa e sugli usi meno conosciuti, vogliamo dare una breve e chiara definizione di canapa light, quella particolare tipologia di canapa che, appunto è per la legge Italiana legale per uso collezionistico. La legge di riferimento sulla questione canapa light, attualmente in Italia è la 242 del 2016.

Vediamo ora di svelare, nel nostro “BIG” articolo sulla canapa, aspetti più insoliti che riguardano questa meraviglia della natura. Andiamo per ordine, ecco gli argomenti che tratteremo nel nostro articolo:

  • Canapa: tassonomia ufficiale
  • Canapa nella storia
  • La Canapa in India
  • La Canapa nel Medioevo
  • La Canapa nel mondo Greco e Romano
  • I mille nomi della Canapa
  • 7 motivi per mangiare semi e olio di canapa
  • Storia della carta di canapa
  • Carta di canapa, ecologica e riciclabile…perché usarla?
  • Olio di canapa per illuminazione
  • Smalti e vernici con olio di canapa
  • Energia dalla biomassa con la canapa
  • I dipinti famosi su tela di canapa
  • I nuovi materiali compositi ecosostenibili contenenti Canapa
    • Biomassa – cellulosa di canapa
    • Etanolo derivato dalla biomassa di canapa
    • Biodiesel derivato dai semi di canapa
  • Abbigliamento in fibre naturali e reazioni allergiche

Canapa: tassonomia ufficiale

La tassonomia ufficiale include la Canapa nella famiglia delle Cannabacee o Cannabinacee (Cannabaceae = Cannabinaceae). Secondo il Sistema Cronquist la famiglia, attribuita all’ordine Urticales, comprende due soli generi: Cannabis e Humulus (il luppolo). Queste sono generalmente piante legnose o erbacce con fiori poco appariscenti, che possono essere isolati o riuniti a gruppi.

La classificazione filogenetica (classificazione APG II, o sistema APG II) disconosce l’esistenza dell’ordine Urticales e assegna la famiglia all’ordine Rosales, includendovi anche sette generi in precedenza attribuiti alle Ulmaceae: Aphananthe, Celtis,Gironniera, Lozanella, Parasponia, Pteroceltis, e Trema.

I fiori sono spesso unisessuali e le piante possono essere monoiche o dioiche. Varia è la morfologia del frutto: in alcune Urticali si hanno frutti secchi (es. canapa, ortica); in altre si hanno infruttescenze (es. albero del pane, fico, gelso). Le foglie sono munite di stipole e in varie parti della pianta possono comparire delle formazioni caratteristiche (es. ghiandolari nelle Cannabacee). L’importanza economica delle Urticali è legata alla produzione di fibre tessili, frutti,legname, ecc.

Alla famiglia delle Cannabacee appartengono piante erbacee erette o rampicanti, con foglie alterne o opposte. I fiori maschili sono disposti in pannocchie e hanno 5 tepali fusi alla base e 5 stami; quelli femminili sono riuniti in gruppi di 2/6 brattee formanti delle corte spighe. Ciascuno di essi è composto da un calice contenete un ovulo pendulo e da uno o due pistilli. Sono piante della flora spontanea dei paesi a clima temperato o, nel caso dell’Humulus, anche a clima temperato freddo dell’emisfero boreale.

Tutte le specie di cannabacee, in misura maggiore la Canapa, attraverso le formazioni ghiandolari precedentemente citate, producono delle secrezioni contenenti lo stesso principio attivo: il delta-9 tetraidrocannabinolo (abbreviato in THC).

La maggior parte dei botanici segue la classificazione di D.E. Janichewsky (1924), un botanico sovietico che studiò vari esemplari di piante selvatiche e classificò la Canapa in tre diverse specie:

– Cannabis sativa, alta fino a tre metri e dalla forma piramidale;

– Cannabis indica, più bassa, con maggior numero di rami e foglie;

– Cannabis ruderalis, alta al massimo mezzo metro e priva di rami.

Nel 1753, Linneo parlò esclusivamente di Cannabis sativa. La sua tesi è stata confermata dai canadesi Small e Cronquist nel 1976: in una proposta di classificazione alternativa a quella di Janichewsky, affermarono che esiste una sola specie molto variabile,

Cannabis sativa, con due sottospecie:

– sativa, tipica dei paesi settentrionali e usata per fibra e olio;

– indica, tipica dei paesi caldi e ricca di resina e THC

Canapa nella storia

L’uso e la creazione della canapa light è certamente la più recente idea di cannabis. Un’infiorescenza con un basso contenuto di THC. Questa è la sua caratteristica principale. Vogliamo però approfondire tutto quello che la storia ed i popoli ci hanno raccontato e tramandato, circa la canapa, nei secoli.

La Canapa in India

Nella quarta raccolta dei Veda (scritti sacri della religione induista) gli Atharvaveda, composti tra il 1500 e il 1200 a.C., la canapa viene descritta come una pianta magica e curativa. Gli Atharvaveda contengono formule magiche utili alla guarigione dei malati. In questo libro si parla anche del bhang, che aiuta a scacciare le paure.

Il termine bhang, o bhanga, indica le foglie secche della pianta di canapa femminile o maschile. Secondo la tradizione induista, i giuramenti si facevano sulle foglie di canapa. Il bhang veniva offerto agli dei e in particolare a Baldev, il fratello più vecchio di Krishna.
Insieme al bhang venivano usati anche la ganja, ottenuta con i fiori e le foglie apicali della pianta femminile, e la charas, il prodotto della cannabis dagli effetti più forti, per via dell’ alto contenuti di resina. Bhang è il vecchio nome della canapa e qualche volta denomina anche la ganja. Per i riti religiosi ci si riferisce solo al bhang. Veniva consumato soprattutto sotto forma di bevanda insieme a zucchero, succhi di frutta e latte e a varie spezie come pepe, cardamomo e cannella.

Preparazioni a base di canapa vengono citate anche nel trattato medico Sùsruta-Samhità, scritto negli ultimi secoli prima della Svolta dei tempi e che ha assunto la sua forma attuale nel VII secolo. Da allora, la cannabis sarà utilizzata come rimedio contro la flemma, la diarrea con muco e nei sintomi delle patologie biliari come febbre e dolori.

La medicina induista tradizionale, cosiddetta ayurvedica, ha continuato a svilupparsi anche in epoca moderna e in India costituisce ancora oggi il più importante sistema medico di riferimento. In diversi manuali di medicina ayurvedica, la ganja o il bhang sono i rimedi indicati per stimolare l’appetito e contro la lebbra. Preparati a base di cannabis vengono inoltre indicati per favorire il sonno, scacciare i malumori, rinforzare l’energia vitale e come afrodisiaci; erano inoltre considerati utili per sconfiggere l’affaticamento da lavoro.

I benefici effetti della cannabis sul sistema nervoso sono noti in India da centinaia di anni. La canapa ad alta concentrazione di THC veniva impiegata nell’ epilessia, il mal di testa, l’isteria, le nevralgie, la sciatica e il tetano. Era comunemente usata per combattere stati dolorosi e febbrili. In questo caso il THC e altri cannabinoidi venivano somministrati per via orale o con applicazioni locali di impacchi posti sulle zone infiammate. La charas, posta sui denti cariati ne leniva il dolore. La cannabis veniva usata per calmare i dolori da parto e nei disturbi mestruali.

L’ impiego contro diarrea e colera è scientificamente spiegabile con il fatto che la cannabis diminuisce la peristalsi intestinale. Oltre a ciò, con la cannabis venivano trattate le patologie delle vie respiratorie come febbre da fieno, bronchite, asma e tosse.
E’ ben noto che, nel Medioevo, avvenivano molteplici scambi tra l’India e i Paesi arabi: il califfo Harun-ar-Rashid, riconoscendo l’efficacia della medicina indiana, aveva fatto giungere da Baghdad alcuni medici indiani per costruire ospedali e una scuola di medicina.

Nell’ antico Egitto e in Assiria, d’altronde, era già diffuso l’uso terapeutico della canapa, come dimostrano antichi trattati di medicina. L’ effetto “ebbrezza” della cannabis era presumibilmente conosciuto anche dai persiani e gli sciiti, ma un utilizzo medico presso questi popoli non è confermato.

In Assiria, alla cannabis era associato il temine harmun. Dal momento che questa espressione ha le sue radici nel termine semita che significa bandire, si vuole probabilmente indicare che la cannabis poteva essere utilizzata solo da sacerdoti e medici, mentre era vietata agli altri. Harmun definisce anche le reti da pesca, per cui possiamo pensare che fossero tessute con filo di canapa.

La Canapa nel Medioevo

Durante l’alto Medioevo comincia a usarsi il filo di canapa per la tessitura, effettuata in maniera simile a quella del lino. Con i ritrovamenti di semi di canapa risalenti al periodo tra il X e il XIII secolo, sappiamo che questa era presente in Europa orientale e centrale, in Inghilterra e in Norvegia. Nella nave-tomba della regina Oseberg (Norvegia, periodo vichingo), tra le offerte funebri, erano presenti i semi di canapa, come pure i tessuti di canapa.

Hildegard von Bingen (XI secolo) citava i semi di canapa come potenti antidolorifici. Peter Schoofer, nel suo erbario del 1485, indicava la canapa in caso di flatulenza, nella idropisia, nei dolori della zona anale e come cerotto per ulcere ed eruzioni cutanee. Lenitivo del dolore delle ferite, un decotto delle sue radici e semi, mescolato con olio di rosa, veniva utilizzato per il trattamento dell’erisipela, un’infezione della pelle. I vapori calmavano il mal di testa.

Nel XV secolo, in Inghilterra, venivano prescritte delle emulsioni di olio di canapa cotto nel latte, per curare le malattie sessuali, l’incontinenza e la tosse. Più di un secolo dopo, Nicholas Culpeper (1616-1654) scriveva che una emulsione oppure un decotto di semi alleviava il dolore nelle coliche e fermava le emorragie dalla bocca e dal naso.

Nel 1640, John Parkinson, il medico del re inglese, citava erboristi di epoche precedenti e aggiungeva nuove indicazioni a quelle ereditate dal passato: secondo lui il seme sarebbe stato utile “cotto nel latte contro la tosse secca e calda”. Una ulteriore indicazione riguardava l’epatite, soprattutto all’inizio della malattia, quando è ancora accompagnata dai tremori freddi (…). Calma le coliche, equilibra i succhi negli intestini (…), viene considerata molto utile per uccidere i vermi nell’ uomo e nell’ animale, anche i vermi nelle orecchie (…) oppure per estrarre qualche altro parassita che si è insediato nel corpo (…). Allevia il dolore della gotta, i tumori oppure i nodi delle articolazioni, la contrazione dei tendini e i doloro ai fianchi. Se il succo fresco viene mescolato con un pò di olio o di burro è efficace per curare le parti del corpo bruciate dal fuoco.

Anche sul finire del XVIII secolo, riguardo all’ uso della canapa, si trovano rimandi ai classici dell’antichità come Galeno, Dioscuride e Plinio.

La Canapa nel mondo Greco e Romano

Sorprendentemente, i romani e i greci sembrano non conoscere le numerose indicazioni della cannabis. Erano comunque usati esternamente il succo della pianta, la poltiglia di semi e il decotto della radice.

C’ è invece giunta testimonianza del fatto che i traci, popolazione di cultura ellenistica stanziata nella penisola balcanica, sfruttava gli effetti del THC; secondo il filosofo e storico greco Plutarco, vissuto tra il I e il II secolo, dopo i pasti. I traci gettavano nel fuoco le parti superiori di una pianta che sembrava origano, si inebriavano con il fumo inalato e alla fine si addormentavano.

Agli inizi del I secolo, la cannabis per uso medico venne introdotta a Roma. Plinio il Vecchio, morto nel 79, scriveva che il succo della pianta della canapa aveva l’effetto di scacciare “i vermi e tutte le altre creature dalle orecchie”, e che “le radici cotte in acqua alleviano i crampi dei legamenti, la gotta e i dolori acuti. Va spalmata grezza sulle ustioni e deve anche essere cambiata prima che si secchi”.

Una indicazione simile si trova negli scritti di un contemporaneo di Plinio, Dioscuride, scienziato e medico greco che visse per di più in Italia. Nel suo De materia medica descrisse seicento piante, tra le quali la cannabis, e le relative indicazioni terapeutiche. In Europa, questo testo è stato fondamentale per millecinquecento anni.

Galeno (129-199), uno dei più importanti medici dell’epoca antica, indicava i semi di canapa come rimedio contro i dolori da otite.
Fino alla fine del Medioevo, non vi furono progressi medici di rilievo e la maggior parte degli erbari erano trascrizioni dei testi antichi. Ritroviamo invece la canapa citata nel capitolare di Carlo Magno risalente all’ anno 800.

I mille nomi della Canapa

Dopo tutte queste storie, chissà che storie nasconde un termine come “cnaib” (ad esempio), significa “canapa” ed è irlandese gaelico (in alcune zone dell’Irlanda, come le isole Aran, è ancora la lingua usata comunemente). Ancora, “hampa”? Così si chiama la canapa in svedese (o almeno così si scrive, come si pronunci proprio non sappiamo).

Il nome “canapa” (antico alto tedesco hanaf, inglese antico hamp, medio alto tedesco han(e)f, inglese hemp) solitamente si usa riferito alla cannabis sativa. Nello stesso tempo indica anche le lunghe fibre ottenute da questa pianta: la più antica e (fino a pochi anni fa) la più diffusa materia prima per la produzione dei materiali tessili.

Poichè la pianta è sempre stata la principale fornitrice di fibre lunghe, “canapa” diventò il termine generale per tutte le fibre grezze.

Ancora oggi sono comuni le seguenti denominazioni merceologiche : Manila hemp (canapa di Manila, Abaca), Sisal hemp (canapa di Sisal, Sisal e Henequèn), Mauritius hemp (canapa di Mauritius , fibre di Furcraea), New Zealand hemp (lino della Nuova Zelanda, Formio), Sunn hemp o Bombayhanf (nacchera del Bengala, Crotalaria L.) e India hemp (iuta).
Tutte queste piante non hanno niente in comune con la vera canapa, nè come aspetto nè come possibilità di utilizzo economico. Stranamente il nome “canapa” non è mai stato usato per il lino, la fibra vegetale più simile tra quelle commercialmente sfruttate.

I nomi delle cose, in particolare delle cose viventi, a saperli leggere svelano, delle storie interessanti.

Abbiamo provato a documentarci e siamo rimasti davvero stupiti di quanti cognomi, nomi di città o piccoli borghi, località e oggetti, derivino dalla canapa e dai suoi usi. E dietro ciascuno di questi nomi c’è di sicuro una storia da scoprire e raccontare.

C’è da perdersi. Ma le storie esistono per questo no? Come i sentieri di montagna…

Ma andiamo per ordine.

La canapa come è noto è coltivata dalla notte dei tempi, probabilmente la prima pianta in assoluto ad essere stata, per così dire, ammaestrata dall’uomo per soddisfare propri bisogni.

Nell’antica lingua dalla quale è derivato il cinese a ciascuna delle varie parti della pianta corrispondeva un particolare (bellissimo) ideogramma e un nome diverso. D’altra parte in Cina verso il 4.500 a.C. veniva usata per moltissimi usi, sia tessili che medici (l’uso della canapa per i dolori mestruali, ad esempio, si è tramandata fino quasi ai giorni d’oggi, persino la severissima regina Vittoria, la usava a questo scopo).

In italiano il nome deriva ovviamente dal latino “cannabis” che è anche il nome scientifico della specie (Cannabis sativa). Il nome latino viene dal greco kànnabis e questo con ogni probabilità dal sanscrito: “çanas” (che indica appunto la pianta). Nei testi sacri indiani è citata diverse volte.

Gli assiri la chiamavano “qunubu” o “qunapu” e in semitico si diceva “kanbos”. Insomma la radice è sempre la stessa senza dubbio.

Qualcuno sostiene, invece, che il nome viene dal greco “kanna” per la forma della pianta e dal suffisso “bis”, che si riferirebbe ai termini “bosm” (ebraico) e “busma” (aramaico) col significato di odoroso, dal buon profumo, aromatico.

Quindi: canna aromatica. Beh… non si può negare.

In provenzale e anche nella antica lingua d’oc che sono molto simili (l’occitano è ancora oggi parlato anche in Italia in alcune valli piemontesi ed anche in un paese della Calabria: Guardia Piemontese, pensa che storia anche questa… ma non perdiamo il filo) si dice “canebe”. Il quartiere del porto di Marsiglia si chiama “la Canebière” Chi sa come mai? Ha a che fare con le funi che si usavano sulle navi che erano di canapa? O in quella zona semplicemente c’erano campi di canapa?

Comunque… in francese si dice “chanvre”, in portoghese “canhamo” e “cañamo” in spagnolo, in albanese “kanup”, ancora: in armeno “kaneph”, in russo “kanopljà”, in polacco conopi o penek, in fiammingo kemp, in olandese hennup, in danese hampa, in bulgaro kenvir, in giapponese asa, in turco nasha, in siriano kanabira, in arabo kannab ecc…

Ci sono poi tutti i nomi più o meno gergali legati al suo uso ludico o religioso (da marijuana a ganja, l’erba divina del rastafarianesimo), ma questa è un’altra storia ancora.

7 motivi per mangiare semi e olio di canapa

Questa volta non parliamo della canapa light, intesa come infiorescenza, ma dell’olio e dei semi che vengono usati in cucina (e che non contengono THC). L’olio di canapa e i suoi semi sembrano proprio capaci di proteggere l’organismo in modo sorprendente. Un’ottima concentrazione e qualità di grassi omega 3 e 6, e un potente effetto antinfiammatorio (c’è chi lo usa al posto degli analgesici, ad esempio per combattere l’artrite), si uniscono alla preziosa presenza di tutti gli aminoacidi essenziali, in proporzione ottimale e in forma facilmente digeribile.

L’olio di semi e la farina di semi di canapa sono considerati un “vaccino nutrizionale” che, se assunto ogni giorno, rinforza e regola la risposta del sistema immunitario, del sistema ormonale e del sistema nervoso, come mostrato ormai da numerose ricerche e riportato anche in una circolare del Ministero della Salute.

Il grosso dei vantaggi di questi alimenti è dato dalla presenza di omega 6 e omega 3, capaci di prevenire o curare le malattie attualmente più diffuse: colesterolo, trigliceridi, diabete, artrite, artrosi, asma, psoriasi ed eczema atopico, lupus, malattie autoimmuni in genere, depressione. Nei derivati della canapa questi due grassi non solo sono presenti, ma lo sono in rapporto 3/1, ovvero il rapporto più vicino (olio di pesce a parte, che però deve essere chimicamente trattato) in natura a quanto raccomandato dall’OMS. Se poi all’olio di semi di canapa uniamo l’olio extravergine di oliva (che contiene solo omega 6) si raggiunge il rapporto ottimale.

1 Malattie cardiovascolari

Questi alimenti riducono e prevengono l’arteriosclerosi e altre malattie cardiovascolari, perché sono in grado di mantenere elastici i vasi sanguigni ed evitare l’accumulo di grasso nelle arterie.

2 Colesterolo

Qualche cucchiaio al giorno di olio di canapa abbassa rapidamente il colesterolo LDL e i trigliceridi. Si riduce il rischio trombosi.

3 Problemi neurologici

La canapa e i suoi derivati sembrano in grado addirittura di migliorare i problemi di apprendimento, i deficit della memoria, le difficoltà di concentrazione e la mancanza di attenzione, la depressione cronica e la depressione post-parto, proprio per via della capacità di regolare il sistema ormonale.

4 Malattie ossee e infiammazioni

Si usano per curare l’artrosi e l’artrite reumatoide, ma anche altre malattie infiammatorie come l’infezione della vescica, la colite, il colon irritabile e la malattia di Crohn

5 Sindromi ginecologiche

Sembra avere effetti favolosi contro la sindrome premestruale e durante la menopausa. Combatte l’osteoporosi.

6 Problemi alle vie respiratorie

L’olio di canapa è impiegato nella cura di malattie asmatiche e affezioni respiratorie, sia delle basse che delle alte vie respiratorie: dunque è particolarmente utile in questo periodo.

7 Malattie della pelle

Psoriasi, vitiligine, eczemi, micosi, irritazioni da allergie, dermatiti secche, acne e tutte le infiammazioni o irritazioni localizzate si trattano con questi alimenti oppure applicando l’olio localmente. E’ efficace anche per la cura dei funghi delle unghie e contro il prurito.”

Storia della carta di canapa

Fino al 1883 il 75-90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa. La canapa era la materia prima per i libri, le Bibbie, carte geografiche, banconote, carte valori, giornali. La Bibbia di Gutenberg (XV secolo). “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais (XVI secolo), la Bibbia di King James (XVII secolo), gli scritti di Thomas Paine (“The Rights of Man”, “Common Sense” e “The Age of Reason” ( XVIII secolo)), le opere di Fitz Hugh Ludlow, Mark Twain, Victor Hugo, Alexandre Dumas, così come “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol (XIX secolo) e quasi tutte le altre opere di letteratura furono stampate su carta di canapa.

Il primo abbozzo della Dichiarazione di Indipendenza (28 giugno 1776) era scritto su carta di canapa olandese, così come anche la seconda stesura, compilata il 2 luglio e proclamata il 4 luglio 1776. Il 19 luglio 1776 il Congresso ordinò di trascrivere la Dichiarazione di Indipendenza su carta pergamena (pelle di animale privata di peli, levigata e seccata). Questo documento venne poi firmato dai deputati il 2 agosto 1776.

In tutto il mondo, il materiale con il quale allora, in epoca coloniale, veniva prodotta la carta erano le vele e le gomene scartate e vendute come roba vecchia dai proprietari delle navi, cui si aggiungevano vestiti, lenzuola, fasce, tende e stracci (da cui il termine “carta di stracci“) generalmente di canapa (ma a volte anche di lino) venduti dagli straccivendoli.

La cosiddetta “carta di stracci”, contenente fibre di canapa, è la più pregiata e resistente che sia mai stata prodotta. In condizioni ambientali appena passibili, si conserva per secoli. E’ praticamente indistruttibile.

I nostri antenati erano troppo risparmiatori per buttare via qualcosa, e così, fino alla fine del ’800, certi materiali di scarto e i vestiti vecchi venivano trasformati in carta. Fino agli anni Venti del secolo scorso molti documenti del governo degli Stati Uniti furono scritti, secondo le prescrizioni della legge, su carta di stracci contenente canapa.

Le antiche conoscenze della Cina circa la produzione della carta di canapa (I sec. a.C., quindi otto secoli prima del mondo islamico e ben dodici-quattordici secoli prima che gli europei scoprissero quest’ arte) sono generalmente considerate uno dei due principali motivi della superiorità della scienza e del sapere orientale su quelli europei, superiorità protrattasi per circa 1400 anni. La produzione di carta duratura come quella di canapa permise infatti all’ Oriente di tramandare tutte le proprie conoscenze.

Generazioni dopo generazioni poterono assimilare e accrescere questa preziosa base del sapere, verificarla, approfondirla, metterla in dubbio e svilupparla ulteriormente. Un’ altra causa del protrarsi della superiorità della scienza orientale su quella del mondo europeo per un periodo così lungo fu il fatto che la chiesa cattolica proibì al 95% della popolazione europea di imparare a leggere e a scrivere. Inoltre, per 1200 anni, il potere ecclesiastico bruciò e proibì tutti i libri stranieri e non, inclusa la Bibbia, la cui diffusione in certi periodi venne punita con la pena di morte. La massa della popolazione, il cosiddetto popolino, veniva tenuto a bada con il terrore e l’ignoranza forzata. La diffusione del sapere era limitata allo stretto indispensabile e rigidamente controllata dal clero.

Per evitare il diffondersi della conoscenza, la gente veniva tenuta al buio e senza un pezzo di carta su cui scrivere. I metodi per la lavorazione della canapa venivano gelosamente custoditi nei chiostri e protetti come segreti. La chiesa sapeva quale potere aveva tra le mani: la carta e l’olio per le lampade.

Carta di canapa, ecologica e riciclabile…perché usarla?

La carta migliore e più resistente oggi si ottiene dalla fibra delle piante, non dalla polpa, e spesso è fatta con la canapa.

A ben vedere, lo era fin dai tempi più antichi, come rivelano reperti storici cinesi risalenti almeno all’ 87 a.C.; così è stato pressoché dappertutto fino alla metà dell’Ottocento.

Dopo la guerra civile americana, tuttavia, venne messo a punto il processo per ottenere varie gradazioni di carta tramite la polpa legnosa degli alberi, allora assai copiosi, e dall’ inizio del XX secolo se ne servirono tutti i quotidiani e gran parte dei libri e dei periodici made in USA.

Salvo poi scoprire che “gli alberi delle nostre foreste vengono tagliati ad un ritmo tre volte superiore alla loro crescita… è consigliabile studiare altri materiali organici con cui ottenere la carta prima di trovarci di fronte a una situazione davvero critica“, come si legge nel Bulletin 404 emanato nel 1919 dal Ministero dell’ Agricoltura statunitense. Il rapporto faceva anche notare come, a fronte dei 20 anni necessari alla crescita di un albero, la pianta di canapa maturasse in una sola stagione, fornendo per ogni ettaro coltivato a canapa otto volte la quantità di polpa legnosa ricavabile dagli alberi presenti su un ettaro di foresta.

Nel 1930 il Paper Trade Journal pubblicò un sondaggio sui procedimenti tecnici della carta, citando decine di studi che documentavano i vantaggi strutturali dell’impiego di canapa rispetto alla polpa legnosa. Ovviamente fu tutto inutile: è alla politica antiproibizionista sulla cannabis che va imputata (ben più che parzialmente) la distruzione del 70% delle foreste, anche se recentemente si assiste a un rapido dietro-front in paesi quali Australia, Canada e perfino Tanzania, dove nel 1992 ha preso avvio un progetto-pilota per la produzione di carta dalla canapa.

Quest’ ultima è ideale per la produzione cartaria perché, oltre a un 15-20% di materiale fibroso, è costituita di polpa legnosa per circa l’80% (a sua volta composta per l’85% di cellulosa), comprensivo di circa un 4% di collante organico detto lignina. Nella polpa degli alberi, invece troviamo soltanto il 20% di lignina e circa il 60% di cellulosa. Tuttavia, oggi il 93% dell’industria cartaria mondiale utilizza gli alberi (e appena il 29% della carta è poi riciclata), con il restante 7% coperto da residuati vegetali vari.

Si è calcolato che ogni tonnellata di carta ottenuta con la canapa possa salvare 12 alberi adulti. Senza contare che questa è più resistente e duratura, può essere riciclata fino a sette volte senza perdere di qualità (tre volte è il massimo per la carta comune), può essere lavorata con i macchinari attualmente disponibili e senza l’impiego di decoloranti, solfuri o altri prodotti chimici comunemente impiegati oggi.
Appaiono quindi evidenti i molti vantaggi derivati dall’ uso della pianta di canapa per la produzione cartaria:

– più alberi salvati significa più ossigeno nell’ aria (grazie alla fotosintesi) e maggior forza nel terreno (le radici) contro inondazioni e altri disastri naturali;

– drastica riduzione dell’inquinamento dovuto ai residui tossici prodotti durante le lavorazioni delle correnti manifatture;

– risparmio finanziario complessivo e rinvigorimento dell’economia locale, visto che l’intero ciclo può essere facilmente attuato a livello regionale pressoché ovunque, dalla coltivazione della pianta al prodotto finito;

– maggior durata dei libri e delle pubblicazioni stampate, garantita dall’ elevata robustezza della carta di canapa, che dura secoli contro i 25-80 anni di quella ricavata dagli alberi. E con la canapa si possono ottenere carte di ottima qualità anche tramite semplici procedimenti casalinghi e su bassa scala, simili a quelli per fare cartapesta con i vecchi giornali;

– esistono in commercio degli apposti kit per papermaking, diffusi anche da organizzazioni ecologiste quali Greenpeace o Friends of the Earth.

Da segnalare infine come negli ultimi tempi tutto ciò cominci a essere compreso e applicato qua e là un pò in tutti i paesi europei (Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra e anche all’ Est) oltre che in Australia e in Cina, leader mondiale del settore con oltre 5000 cartiere dedicate per il 75% alla produzione di carta non legnosa, circa la metà del fabbisogno globale. Il vero problema riguarda ancora una volta gli Stati Uniti dove, nonostante i casi sparsi soprattutto nelle zone rurali del sud, anche la coltivazione di canapa industriale è tuttora vietata dalle leggi federali.

Olio di canapa per illuminazione

Fino all’ inizio del XIX secolo l’olio di canapa fu l’olio per illuminazione più diffuso. Da allora fino alla seconda metà del XIX secolo occupò il secondo posto dopo l’olio di balena. L’ olio di canapa bruciava nella lampada magica di Aladino, nelle lampade del profeta Abramo e in quella del suo omonimo Lincoln. Era l’olio per illuminazione più luminoso. Quando nel 1859 furono scoperti i giacimenti di petrolio in Pennsylvania, e Rockfeller una decina di anni più tardi se ne fu assicurato il monopolio, questo olio venne sostituito dal petrolio e dal cherosene.

A questo proposito il celebre botanico Luther Barbanck affermò : “In altri paesi i semi (della cannabis,ndr) sono tenuti in pregio per il loro olio. Il fatto che da noi vengano completamente trascurati dimostra il generale disinteresse nei confronti delle risorse agricole nazionali”.

Smalti e vernici con olio di canapa

Per millenni praticamente tutti gli smalti e le vernici di buona qualità sono stati prodotti con olio di canapa e/o di lino. Negli USA, per esempio, solo nel 1935, furono utilizzati 116 milioni di libbre (58000 tonnellate) di semi di canapa per la produzione di smalti e vernici. Leader del mercato dell’ olio di canapa era l’impresa chimica Du Pont.

Al Congresso e al Ministero delle Finanze degli Stati Uniti giunsero assicurazioni, tra il 1935 e il 1937, tramite dichiarazioni segrete e giurate di Du Pont a Hermann Oliphant (consigliere capo del Ministero Federale della Finanze), che l’olio di canapa sarebbe potuto essere sostituito con olii sintetici prodotti principalmente da Du Pont.
Oliphant fu responsabile del progetto di legge per la tassa sulla canapa, che significò l’eliminazione della stessa come materia prima.

Le vernici fabbricate con questa materia prima, oltre a non essere inquinanti, sono di qualità incomparabilmente superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati del petrolio.

Energia dalla biomassa con la canapa

All’ inizio del XX secolo Henry Ford e altri uomini lungimiranti (così come i loro eredi spirituali di oggi) giunsero all’ importante “scoperta” che oltre al 90% dei combustibili fossili utilizzati nel mondo (carbone, petrolio, nafta, etc.) avrebbe potuto essere sostituito da materiale biologico come lo stelo del frumento, la canapa, la carta straccia eccetera.

La biomassa può essere trasformata in metano, metanolo o benzina con una spesa infinitesima rispetto agli attuali costi del petrolio, del carbone e dell’energia nucleare, soprattutto se si considera il prezzo dell’ inquinamento ambientale.

Il suo utilizzo porrebbe fine alle piogge acide e alle piogge sulfuree, inoltre l’effetto serra registrerebbe subito un’inversione di tendenza. Ciò può essere ottenuto coltivando la canapa come biomassa e trasformandola, attraverso pirolisi (scissione termica) o compostaggio biochimico, in un combustibile che, come produttore di energia, sarebbe in grado di sostituire i combustibili fossili.

Incredibilmente la canapa, considerando le condizioni del terreno e del clima a livello mondiale, è dalle quattro alle cinquanta volte più ricca di biomassa/cellulosa rinnovabile, rispetto ai suoi più immediati concorrenti (gli steli del grano, la canna da zucchero,il gombo, gli alberi, etc.)

I dipinti famosi su tela di canapa

I quadri di Leonardo, Rembrandt, Van Gogh, Gainsborough, Pablo Picasso e di altri famosi artisti erano per lo più dipinti su tele in tessuto di canapa. E spesso con colori ad olio a base di canapa. In pratica, la maggioranza di tutti i quadri su tela erano in canapa, mentre oggi vengono usati maggiormente lino e cotone.

Canvas, termine anglosassone che oggi viene usato per indicare qualsiasi tela pittorica, è strettamente legato alla parola canapa: canvas deriva da due termini del XIII secolo, canevaz (anglo-francese) canevas (antico francese). Entrambe le parole potrebbero essere derivate ​​da cannapaceus, che in latino volgare significa “fatto di canapa”, che a sua volta proviene dal greco κάνναβις (cannabis).

La canapa è una fibra forte e lucida, in grado di resistere al calore, alla muffa e agli insetti e non viene danneggiata dalla luce. Pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli.

I nuovi materiali compositi ecosostenibili contenenti Canapa

Vi sottoponiamo alla lettura di una tesi della Dott.ssa Giulia Sasselli, davvero molto interessante: “Caratterizzazione di nuovi materiali compositi ecosostenibili contenenti canapa” legata all’uso nella bioedilizia di materiali utilissimi quali la canapa. Vi anticipiamo alcuni estratti, è poi possibile leggere interamente la tesi online, in basso.

“Agire ecologicamente significa utilizzare e gestire le risorse naturali considerando non solo la loro disponibilità sul mercato e il loro prezzo, ma sempre, nella piena consapevolezza, che la loro qualità sulla terra è limitata e che il loro uso può generare effetti negativi sull’ambiente. L’edilizia ecologica è una reazione alla grave crisi ambientale in cui ci troviamo. Il suo principale obiettivo è quello di mitigare gli impatti ambientali connessi all’edilizia, alla costruzione ed all’uso degli edifici. Costruire in bioedilizia significa limitare il consumo di risorse non rinnovabili, e, utilizzando materiali non nocivi ed ecologici, ridurre al minimo l’impatto sulla salute e sull’ambiente.

“Analizzando le fonti energetiche rinnovabili, le quali sono intese quelle che si rinnovano con grande rapidità, superiore o comparabile a quella con la quale l’energia viene consumata, dopo il sole, il vento, le risorse idriche, le geotermiche, le maree, il moto ondoso, vengono le biomasse, ovvero il legno ed i materiali organici, tra essi la Canapa è in assoluto quella che è in grado di dare maggiore quantità nella maggiore velocità. In soli tre mesi e mezzo di coltivazione è in grado di superare ben quattro volte la quantità di quella che è in grado di produrre un bosco di alberi, a parità di estensione, in un anno. Il suo legno è tra i più leggeri, e questo significa maggior quantità di microtubuli secchi pieni di aria statica per poter dare i massimi valori di isolamento termico, le sue fibre sono tra le più tenaci in natura in grado di poter dare ad alta densità le più elevate caratteristiche di portanza. La coltivazione della canapa grazie al suo breve ciclo vegetativo ed alla molteplicità delle varietà esistenti, può adattarsi ai climi più diversi. I climi più favorevoli sono comunque quelli caldo-umidi delle regioni temperate che consentono lo sviluppo di gran masse di sostanza organica.

Torniamo a parlare degli usi della Canapa come combustibile naturale rinnovabile e inesauribile, elenchiamo alcune delle tipologie che sfruttano questa magica pianta a scopo energetico:

Biomassa – cellulosa di canapa

Per biomassa si intende l’insieme delle coltivazioni, degli scarti agricoli e forestali, dei bio carburanti e dei gas utilizzati a scopi energetici. In particolare sostanze di origine biologica in forma non fossile: materiali e residui di origine agricola e forestale, prodotti secondari e scarti dell’ industria agro alimentare, i reflui di origine zootecnica, ma anche i rifiuti urbani ( in cui la frazione organica raggiunge mediamente il 40% in peso ), le alghe marine e molte specie vegetali utilizzate per la depurazione di liquami organici.
La biomassa è intesa come la più antica e durevole forma di energia impiegata nelle attività umane : negli Stati Uniti ancora nel secolo scorso il 91% dei fabbisogni energetici nazionali era coperto da biomasse legnose.

La canapa di per sè rappresenta la pianta con il più alto rendimento per ettaro (intorno alle 20 tonnellate in Italia) in circa 4 mesi, e questo vale anche per le varietà da seme che apportano così un ineguagliabile primato di produzione anche in condizioni climatiche sfavorevoli. La produzione mondiale di biomassa è stimata in 146 miliardi di tonnellate metriche all’ anno, principalmente costituita da vegetazione selvatica. Un ettaro coltivato a canapa rende 4 volte di più rispetto allo stesso terreno con impiantato con alberi di 12 anni.
La cannabis sativa è una pianta legnosa che contiene il 77% di cellulosa; il legno invece produce un 60% di cellulosa con conseguenze disastrose per l’ecosistema.

Etanolo derivato dalla biomassa di canapa

L’ etanolo già da parecchio tempo è considerato un possibile carburante per l’autotrazione. Infatti ricerche sistematiche (ma anche impieghi reali come l’esperienza in Brasile negli anni ’80, quando veicoli che normalmente andavano a benzina, venivano invece alimentati alle colonnine di rifornimento con etanolo derivato dalla canna da zucchero!) sull’ impiego dell’etanolo tal quale o in miscela con benzina, in motori ad accensione comandata, risalgono all’inizio dello scorso secolo. L’ etanolo ha la peculiare caratteristica di essere un combustibile rinnovabile in quanto derivato da prodotti vegetali. In primo momento è stato preso in considerazione in quanto permetteva di sostituire aliquote non trascurabili di idrocarburi, contribuendo così a ridurre la dipendenza petrolifera. Successivamente è stato preso in considerazione per le sue intrinseche qualità alto-ottaniche che consentono di aumentare il numero di ottani della base idrocarburica, senza ricorrere all’ uso degli additivi a base di piombo.

Questo tipo di carburante alternativo al petrolio può essere prodotto su larga scala attraverso processi di pirolisi o fermentazione, in assenza di ossigeno. Difatti i principali prodotti da cui ricavare l’etanolo sono la cellulosa di canapa, l’amido di riso e gli zuccheri della barbabietola.

Biodiesel derivato dai semi di canapa

Il biodiesel è un carburante di origine naturale che può essere sostitutivo parziale e per intero agli odierni gasoli, nafte e derivati del petrolio per alimentare:

– motori per autotrazione
– gruppi elettrogeni
– centrali termiche
– centrali termo-elettriche
– navi
– aerei

Il biodiesel deriva dalla transesterificazione degli oli vegetali (canapa, soia, colza e girasole) effettuata con alcol etilico e metilico: ne risulta un combustibile puro, rinnovabile a bassissimo impatto ambientale, come per l’etanolo. Esso risulta biodegradabile per il 98% e non contiene il dannoso zolfo, il principale indagato per l’inquinamento atmosferico insieme agli aromatici e agli idrocarburi policiclici aromatici (xilene, benzene, toluene, etc..). I costi relativi a questi idrocarburi rinnovabili di origine naturale (dalla produzione quindi sino alla trasformazione e il trasporto sino alle colonnine del distributore) sono quasi pari a quelli degli attuali derivati del petrolio, ma con uno sforzo concettuale e di ottimizzazione negli anni a venire potremmo pensare ai combustibili alternativi come uno dei prodotti più economici sulla scena del mercato mondiale.

Abbigliamento in fibre naturali e reazioni allergiche

Gli indumenti, pesanti o leggeri, limitati a pochi capi in periodo estivo o stratificati in modo più o meno complesso in inverno, coprono la nostra pelle durante l’arco dell’intera giornata. Da questo è facile desumere l’importanza di un corretto modo di abbigliarsi per quei soggetti, come gli allergici o con cute facilmente irritabile, che hanno problemi con molte sostanze presenti nell’ambiente.

I tessuti sono prodotti industriali altamente complessi. Le fibre, naturali o sintetiche, vengono prima colorate e poi trattate con prodotti ignifughi, antistatici, sbiancanti, ecc., che ne garantiscono particolari caratteristiche di indeformabilità, irrestringibili, brillantezza, ecc.

Vediamo ora le differenze esistenti fra una fibra sintetica o artificiale e una naturale.

Le fibre sintetiche sono prodotte interamente in laboratorio attraverso la manipolazione di materie prime quali petrolio o carbone (es. poliestere, acrilico, nylon).

Le fibre artificiali derivano invece dal trattamento di materie prime naturali, prevalentemente cellulosiche (es. rayon).

Infine, le fibre naturali possono essere di origine animale o vegetale, come ad esempio lana, seta, cotone, canapa.

Vere e proprie reazioni allergiche alle fibre di per sé sono rare. Più spesso le fibre causano reazioni irritative per la ruvidezza della loro superficie. La lana può indurre prurito e talora irritazione della pelle soprattutto in soggetti atopici; inoltre, può dar luogo a orticaria da contatto e a fenomeni cutanei legati a sensibilizzazione per contatto negli allergici alla lanolina. Pertanto l’utilizzo della lana a contatto diretto con la pelle è sconsigliato sia in bambini che in adulti atopici, mentre i capi di lana possono essere indossati sopra quelli di cotone senza causare problemi.

La seta non induce generalmente irritazione cutanea, ma può causare, in rarissimi casi, orticaria da contatto o fenomeni eczematosi in soggetti atopici.

Ciò però non giustifica l’eliminazione di questo tessuto dall’abbigliamento di bambini e adulti atopici, se non in casi mirati. Sono stati infine segnalati rari casi di allergia a fibre di nylon non colorato.

A parte la formaldeide che è impiegata nella fase finale della lavorazione di alcuni tessuti e che può causare una dermatite da contatto, delle altre sostanze utilizzate per il finissaggio non sono note le caratteristiche allergologiche. Molto importanti sono invece i coloranti per tessuto e, fra questi, quelli che causano la maggior parte dei problemi cutanei sono i “dispersi“. Infatti, è stato dimostrato che i bambini con dermatite atopica sono sensibilizzati a questi coloranti in una discreta percentuale di casi. L’applicabilità dei dispersi, comunque, si limita alle fibre sintetiche.

È a tutti noto che non esiste a tutt’oggi un’etichettatura che preveda indicazioni riguardanti le sostanze usate per la tintura e il finissaggio dei tessuti. In assenza di informazioni specifiche è quindi consigliabile scegliere una fibra naturale, in modo da escludere automaticamente la possibilità di imbattersi nei dispersi. Bisogna prestare anche attenzione alle piccole percentuali di sintetico nelle fibre naturali.

Oltre alla scelta dei tessuti, bisogna badare anche agli accessori, come bottoni, cerniere lampo, elastici, etichette, ecc. fabbricati con materiali allergenici.

Il nichel, contenuto nella maggior parte degli oggetti metallici, rappresenta l’allergene più frequente. Circa il 10% della popolazione generale, con o senza manifestazioni cutanee, risulta allergica a questo metallo: è quindi importante escluderlo dalla fabbricazione degli accessori degli indumenti, soprattutto se si tratta di quelli infantili. I sali di nichel vengono solubilizzati dal sudore e assorbiti attraverso la cute, soprattutto in periodo estivo, anche se l’accessorio metallico non è a diretto contatto con essa. L’indossare abiti con parti di nichel sopra altri che ne sono privi non protegge quindi dalla comparsa di fenomeni allergici.

La gomma è allergizzante per il suo contenuto di acceleranti. Le proteine del lattice possono inoltre causare orticaria da contatto e sintomi allergici generali. Attenzione va dunque posta a evitare il contatto diretto di elastici, cinture, bretelle e altre parti di gomma con la pelle.

La canapa è inattaccabile da acari, muffe, funghi e tarme; è anallergica e inoltre non conduce energia elettrica per cui non si carica di elettricità statica. La non tossicità dei tessuti fa sì che gli indumenti in canapa biologica siano altamente tollerati anche da chi ha problemi dermatologici di allergie o ipersensibilità ai trattamenti chimici cui sono sottoposti i tessuti “convenzionali” che normalmente utilizziamo, o più semplicemente persone che risentono della scarsa traspirazione della pelle vestita di fibre sintetiche (problema spesso sentito, ad esempio, dalle “taglie forti”).

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